Marine Le Pen condannata, Nizza resta un campo di battaglia del Rassemblement National

Marine Le Pen et huit autres eurodéputés RN ont été reconnus coupables de détournement de fonds publics par le tribunal de Paris. Leurs assistants étaient également poursuivis dans cette affaire emblématique.
Marine Le Pen et huit autres eurodéputés RN ont été reconnus coupables de détournement de fonds publics par le tribunal de Paris. Leurs assistants étaient également poursuivis dans cette affaire emblématique.

“La legge è uguale per tutti”, è la frase che campeggia in tutti i tribunali d’Italia. Qui in Francia manca, ma in questo angolo d’Europa, o nell’esagono, questo principio non sembra valere per tutti. O meglio, è necessaria una precisazione: a volte l’onda di popolarità, per alcuni, può essere considerata come un movimento di sostegno, una decisione che va al di sopra della legge.

Eppure, per l’alleato italiano di Marine Le Pen, ovvero Matteo Salvini e la sua banda, la giustizia sembra muoversi al rallentatore – quando non pende decisamente a loro favore. Secondo L’Espresso, 60,4 milioni di euro di fondi pubblici sottratti… ma lo Stato si accontenta di chiederne 49, dilazionati in 81 anni, senza interessi. Un affare. Il Parlamento, pur parte civile, non ha fretta di recuperare i 11,4 milioni mancanti, né i 5 milioni supplementari menzionati nella sentenza. E Salvini? Sempre lì, ben sistemato nella sua poltrona di ministro dei Trasporti e vicepremier, mentre la giustizia italiana allunga dolcemente le procedure… a suo vantaggio. Un titolo che acquista tutto il suo significato quando si vede con quanta fluidità i fascicoli che lo riguardano evitano gli ingorghi giudiziari.

E nel suo stesso campo? I puristi dell’ex-Lega Nord, quelli che credevano ancora all’«anti-sistema» e all’indipendenza del nord, inveiscono contro questa compiacenza che sa tanto di poltrone ministeriali. Lorenzo Fontana, il capo leghista della Camera dei Deputati, preferisce il mutismo. La giustizia prima o poi deciderà. Nel frattempo, la lezione è chiara: per alcuni, la legge resta scritta a matita.

Qui, tutta un’altra storia

Ed è proprio qui in Francia che la giustizia ha appena fatto tremare lo scacchiere politico. Questo lunedì 31 marzo, il verdetto è arrivato, secco e carico di conseguenze: Marine Le Pen condannata a cinque anni di ineleggibilità, con applicazione immediata, e a quattro anni di prigione, di cui due effettivi.

I suoi stretti collaboratori, come una parte dell’elettorato del RN – e oltre –, denunciano una vera e propria “esecuzione politica”. Alla guida del partito, Marine Le Pen stessa grida al “boicottaggio istituzionale”, denunciando una censura che la colpisce personalmente.

Eppure, questa stessa Marine Le Pen qualche anno fa difendeva la massima fermezza contro gli eletti condannati. «Quando instaureremo l’ineleggibilità a vita per tutti coloro che sono stati condannati per fatti commessi nell’esercizio del loro mandato?» si indignava su Public Sénat nel 2013. «Io, la mia giacca, è immacolata», assicurava. «E potranno pure agitarsi, non riusciranno a macchiarmi, perché ho un’etica, ho una morale, che rispetto, e io, quando reclamo etica e morale, me le applico per prima.»

L’ascesa alla presidenza della Repubblica richiede teoricamente un percorso immacolato. Nei fatti, dovrebbe almeno percorrere la strada più irreprensibile possibile. Marine Le Pen, innocente o colpevole? La Francia si divide: questa giustizia è l’incarnazione del potere o è veramente indipendente? Il mondo sta assistendo, complice, all’avvento di una democrazia da tribuna dove i processi si trasformano in comizi?

A Nizza, spazio al volantinaggio

Tradizionalmente di destra, la città di Nizza vede oggi militanti e simpatizzanti del Rassemblement National (RN) invadere le sue strade. «Non spetta a tre giudici decidere chi può e chi non può candidarsi alle elezioni presidenziali». Con queste parole Benoît Kandel, figura locale del Rassemblement National nizzardo, ha lanciato il contrattacco in un video pubblicato su Facebook il 2 aprile. In piedi davanti alla stazione Thiers, il dirigente RN ha denunciato quella che presenta come una «giustizia politicizzata», riprendendo un tema caro al suo schieramento politico.

In un articolo pubblicato su Nice-Matin, Kandel avrebbe insistito che «Il piano A è Marine Le Pen. Il piano B pure. Abbiamo anche un piano C ed è sempre Marine Le Pen!», chiaro segno che i simpatizzanti del partito non mollano. «Se Macron avesse voluto farci un favore, non avrebbe potuto fare di meglio», sussurra l’ex primo assessore di Christian Estrosi tra le colonne del giornale, evocando il suo caso giudiziario legato alla Sémiacs, la società che gestisce i parcheggi di Nizza. L’assessore decaduto, che ha ottenuto un non luogo a procedere in appello dopo diciassette capi d’accusa, aggiunge: «Io so bene che i giudici possono sbagliare in primo grado».

Secondo Nice-Matin, Benoît Kandel avrebbe affermato che «mai il partito ha ricevuto così tante richieste di adesione». Le foto condivise dalla sezione locale dell’RN mostrano però solo un raduno modesto – una ventina di militanti al massimo – ammassati davanti alle colonne della stazione Thiers, luogo simbolo del patrimonio nizzardo. Sui social network, l’eco resta limitata: una manciata di commenti sparsi sotto le pubblicazioni, dove si infiltrano alcune osservazioni scettiche. Inoltre, senza mettere in discussione le dichiarazioni dei membri presenti sul posto, quotidiani come Libération hanno giudicato l’operazione «un po’ timida».

Quindi un volantinaggio light per l’RN, secondo Libération: più discussioni tra militanti che contatti con i passanti. «Marine Le Pen è la favorita, è la nostra presidente» scandiscono i giovani del RNJ, mentre i volantini tornano a casa dopo 60 minuti.

Giustizia vs Popolarità: il grande paradosso delle democrazie moderne

Nelle nostre società dove i principi di probità sono costantemente riaffermati, emerge un fenomeno inquietante: la capacità di alcuni responsabili politici di mantenere influenza e legittimità nonostante gravi accuse giudiziarie. Questo paradosso interroga le fondamenta stesse del nostro patto democratico.

La situazione francese offre esempi emblematici. Diverse figure politiche, condannate per casi di malversazione di fondi pubblici o abuso di fiducia, continuano a esercitare mandati o godere di reale popolarità. Il caso italiano, con Matteo Salvini, è altrettanto significativo: accusato di aver sottratto 49 milioni di euro di fondi pubblici, l’ex ministro siede però al cuore del potere attuale, accanto a Giorgia Meloni.

Come spiegare questa resilienza politica di fronte ai verdetti giudiziari? Diversi fattori entrano in gioco. Innanzitutto, la costruzione di un racconto di persecuzione politica, abilmente coltivato tra i simpatizzanti. Poi, la diversa temporalità tra procedure giudiziarie (lunghe) e cicli elettorali (brevi). Infine, la capacità di trasformare le accuse in prova di “lotta” contro il sistema.

Questo fenomeno supera i tradizionali schieramenti. A sinistra come a destra, si osservano strategie simili di aggiramento della sanzione politica. La domanda che si pone è dunque fondamentale: fino a che punto le nostre democrazie possono tollerare questo divorzio tra etica pubblica e realtà politica senza perdere credibilità?