Le dogane, oggi come ieri, sono armi di potere. Quando l’amministrazione Trump impone i suoi dazi sulle importazioni cinesi o europee, non fa che riattivare un vecchio meccanismo: tassare per controllare, tassare per punire. A Nizza, questa storia risuona con un’eco particolare. Un tempo, il confine del Varo segnava una rottura brutale: da un lato Saint-Laurent-du-Var, sotto la Francia; dall’altro, Nizza, possedimento del Regno di Sardegna. Attraversare questo fiume significava immergersi in un altro mondo economico, dove le merci venivano scrutate, tassate, a volte sequestrate. Questa città, crocevia strategico, ha visto il suo destino modellato da politiche doganali oppressive, contrabbandieri audaci e riforme tardive. Tuffiamoci in questa saga, dove le tasse hanno schiacciato alcuni e arricchito altri, e dove i Nizzardi hanno spesso scelto la resistenza di fronte all’ingiustizia.
Le origini: Nizza nel Regno di Sardegna
Il Regno di Sardegna nasce nel 1718, frutto del Trattato di Londra, dopo decenni di guerre europee. Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, diventa re scambiando la Sicilia con la Sardegna, unificando sotto la sua corona un territorio disparato: Savoia, Piemonte, Contea di Nizza. Nizza, con il suo porto e la sua posizione tra Francia e Italia, è una perla strategica. I trattati si susseguono — Utrecht (1713), Vienna (1735), Aquisgrana (1748) — e il regno si espande, annettendo terre lombarde e rafforzando il suo ruolo commerciale. Ma questa espansione ha un costo: frontiere da sorvegliare, tasse da imporre, e una popolazione nizzarda che, ben presto, sente il peso di queste ambizioni reali.
Un sistema doganale privatizzato: lo sfruttamento nel XVIII secolo
Nel XVIII secolo, il Regno di Sardegna non si preoccupa di un’amministrazione pubblica per le sue dogane. Il re preferisce delegare questo compito a imprenditori privati, che versano una somma fissa al tesoro e si arricchiscono con il resto. A Nizza, vicino al Varo, questo sistema si trasforma in un racket legalizzato. I doganieri privati, liberi di fissare i loro prezzi, opprimono i mercanti: un sacco di sale, un rotolo di tessuto, tutto è pretesto per una tassa esorbitante. I profitti volano, ma non per il popolo nizzardo, che vede i suoi scambi con la Francia ostacolati da questa frontiera artificiale. È una privatizzazione brutale, un modello in cui lo Stato si lava le mani e lascia che una manciata di profittatori dissangui l’economia locale. I Nizzardi, presi in una morsa, hanno una sola via d’uscita: aggirare la legge.
Il contrabbando: una rivolta silenziosa
Di fronte a questa oppressione, il contrabbando diventa una risposta naturale. Dal 1720, si organizza su larga scala, finanziato da banchieri ginevrini e nobili francesi e savoiardi. A Nizza, il Varo è un colabrodo: sale, tabacco, seta passano sotto gli occhi delle guardie, spesso complici o impotenti. Questa attività illecita non è un semplice crimine: è una ribellione economica, un rifiuto di piegarsi al giogo delle tasse. Carlo Emanuele III tenta di reagire già negli anni 1730, dispiegando « cordoni doganali » intorno a Nizza e mobilitando l’esercito. Ma i contrabbandieri, sostenuti dalla solidarietà locale, resistono. Nizza, per la sua geografia, è un nido di resistenza, una sfida permanente all’autorità sarda.
La Legione Truppe Leggere: una stretta di ferro
Nel 1774, Vittorio Amedeo III crea la Legione Truppe Leggere, un corpo speciale ispirato alle unità prussiane. A Nizza, questi legionari pattugliano i confini, danno la caccia ai contrabbandieri e proteggono gli interessi del regno. La loro presenza riduce il traffico, ma non lo estingue. I Nizzardi, abituati a ingannare, adattano i loro metodi, trasformando ogni angolo della Contea in un nascondiglio. Questa lotta tra autorità e ribellione segna profondamente la città, dove la legione incarna sia la repressione che l’impotenza di fronte a una popolazione determinata.
La parentesi napoleonica: un soffio di razionalità
Nel 1792, la Rivoluzione francese sconvolge l’ordine stabilito. Nizza viene annessa e integrata in un sistema doganale più coerente sotto Napoleone. Addio agli abusi privatistici del passato: lo Stato prende le redini, impone tasse e unifica le regole. Per i Maralpini, è un momento di respiro, una rottura netta con il disordine del Regno di Sardegna. Ma non facciamoci illusioni: questa razionalità tanto decantata è solo una facciata. Dietro le apparenze, il sistema napoleonico marcisce dall’interno.
Spinto da imperativi economici, Napoleone deve aggirare il suo stesso blocco continentale (che tentava di rovinare il Regno Unito impedendogli di commerciare con il resto dell’Europa). Istituisce licenze d’importazione, che dovrebbero regolamentare il commercio. In realtà, questi permessi si trasformano in un traffico lucroso, una fiera della corruzione. E chi si distingue in questo commercio dubbio? Il maresciallo Masséna, figlio di Nizza diventato figura emblematica… ma non per le giuste ragioni. Questo grande generale, divorato da un’avidità insaziabile, non si accontenta delle sue vittorie militari: saccheggia i territori conquistati per riempire le sue tasche. Sotto Napoleone, si distingue orchestrando un commercio illegale di licenze, un contrabbando raffinato che gli frutta guadagni enormi. Finché l’Imperatore stesso, esasperato, gli confisca tre milioni di franchi mal guadagnati. Ironia della sorte: Masséna non era alla sua prima esperienza. Da giovane a Nizza, aveva già guidato una banda di contrabbandieri, un know-how che ha semplicemente perfezionato al vertice dello Stato. Lontano dal liberare le popolazioni, questo sistema apparentemente razionale le mantiene sotto il giogo dei potenti, che prosperano sulla loro miseria.
La politica tariffaria dopo il 1814: un carcere economico
Con la Restaurazione, il Regno di Sardegna si riorganizza, e Nizza ritorna a essere un ingranaggio della sua economia. Le prime misure doganali vengono adottate già il 1° giugno 1814 dalla Regia Camera dei Conti. Poi, il 4 febbraio 1815, viene pubblicata una tariffa doganale completa: dazi d’entrata, d’uscita e di transito, dettagliati con una precisione fiscale implacabile. I dazi d’entrata mirano a riempire le casse reali, quelli d’uscita a limitare le esportazioni, mentre i dazi di transito, più leggeri, tollerano il passaggio delle merci.
Il 10 ottobre 1816, vengono apportati aggiustamenti per « procurare il maggior vantaggio alle manifatture nazionali ». Le tasse salgono su drappi, lana, vetri, cristalli importati, così come su carta e uva esportati. Queste misure protezionistiche soffocano il commercio estero, e Nizza, vicina alla Francia, ne subisce le conseguenze. I mercanti imprecano, i contrabbandieri prosperano: il confine del Varo ritorna a essere un campo di battaglia economico.
Una politica doganale incoerente: Genova e la Liguria
Se gli « antichi Stati » (Piemonte, Savoia, Nizza) piegano sotto questo regime, la Liguria, annessa nel 1814, conserva un’eccezione. Genova, ex-repubblica marinara, ottiene un regime doganale distinto – che finirà per rovinare Nizza -, definito dall’editto del 26 gennaio 1816. Un Intendente generale delle gabelle viene nominato a Genova e Oneglia, e una linea doganale separa il Ducato di Genova dal Piemonte. Territori come Novi (aggregato a Mondovì) e Ventimiglia (aggregato a Nizza) vengono staccati dalla Liguria per unirsi agli antichi Stati. A Novi, un deposito accoglie le merci del porto franco di Genova, stoccate per tre mesi contro un diritto di magazzinaggio.
A Genova, Oneglia e Loano, l’antico regime doganale persiste, ma lo Stato impone un monopolio sul sale e una tassa schiacciante sull’olio d’oliva (3 lire per barile di 60 chili), punita con multe, confisca e sequestro dei mezzi di trasporto in caso di evasione. I prodotti nati, allevati o fabbricati nel Ducato di Genova circolano liberamente verso gli antichi Stati, eccetto cereali, vini, oli, pelli, carte o tabacchi. Le esportazioni liguri seguono la tariffa del 1815, ma il transito tra Genova e il Piemonte sfugge alle tasse e i porti franchi di Genova e Oneglia alimentano le gelosie della Contea di Nizza.
Peggio ancora, l’editto del 3 gennaio 1816 vieta l’esportazione di cereali dal Piemonte, sotto pena di sanzioni draconiane. In piena carestia (1816-1817), la Savoia soffoca, mentre i produttori di riso, gonfi di eccedenze, si sentono strangolare da questo divieto. Solo nel 1817 il decreto viene revocato, sotto la pressione popolare. Queste decisioni, prese da burocrati come il ministro Borgarelli, sordi alle grida del popolo, rivelano una gestione assurda, più poliziesca che economica. A Nizza, stretta tra queste regole e la vicinanza francese, la frustrazione cresce.
Nizza, una battaglia doganale scolpita nella pietra
Nel 1860, Nizza passa sotto il tricolore francese, una svolta storica che coincide con la grande ondata di liberalizzazione degli scambi promossa da Napoleone III. Già nel 1852, con l’adozione di un senatoconsulto, l’Imperatore si attribuisce il potere di modificare le tariffe doganali, spazzando via con un gesto la tradizione protezionista che imbrigliava la Francia. Il commercio estero esplode, triplicando o quadruplicando in volume sotto il Secondo Impero, trainato da una serie di trattati di libero scambio: l’Inghilterra nel 1860, il Belgio nel 1861, poi l’Italia tra il 1864 e il 1866, tra gli altri. Per Nizza, appena strappata al Regno di Sardegna, questi sconvolgimenti ridefiniscono i suoi legami con l’Italia, la sua ex patria diventata vicina.
Questa liberalizzazione, lontana dall’essere un semplice slancio di apertura, porta con sé tensioni. I trattati, spesso negoziati in segreto – il « colpo di Stato commerciale » con l’Inghilterra ne è l’esempio lampante –, si impongono senza riguardo per le popolazioni locali. A Nizza, le dogane, sebbene alleggerite, rimangono strumenti di controllo, barriere che ricordano ai mercanti e agli abitanti degli hinterland la loro sottomissione a un potere parigino distante. Gli scambi con l’Italia, un tempo naturali, vengono ostacolati da nuove regole, suscitando frustrazione e resistenza. Il contrabbando, vecchia pratica nizzarda, riprende vigore, sfidando queste frontiere economiche imposte.
Fonti:
Storia economica
A N N O X X ( 2 0 1 7 ) – n. 1
La France sous Napoléon III > L’essor économique et l’évolution sociale

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