E se l’Italia dovesse dire addio a uno dei suoi riti più sacri? Il Festival di Sanremo, che quest’anno ha celebrato il suo 75° anniversario, è molto più di una semplice competizione musicale. Dal 1951, riunisce ogni inverno milioni di telespettatori – oltre 15 milioni durante le cinque serate dall’11 al 15 febbraio scorso – davanti agli schermi, trasformando il Teatro Ariston, situato su via Matteotti nel cuore di questa piccola città ligure, in un epicentro culturale nazionale. Questo walk of fame all’italiana, dove le stelle dei più grandi nomi della canzone transalpina brillano sui marciapiedi, incarna una tradizione che sembrava immutabile. Eppure, dietro i numeri impressionanti e la facciata di una perennità ben oliata, iniziano a emergere crepe. Una decisione giudiziaria minaccia di sconvolgere l’organizzazione di questo evento emblematico, mentre un’ipotesi audace – un trasferimento a Torino – agita gli animi. E se Sanremo, questa culla della melodia italiana, perdesse il suo gioiello?
Un’istituzione culturale sotto pressione
Il Festival di Sanremo non è solo una competizione canora; è uno specchio dell’Italia, un condensato della sua storia e delle sue passioni. Nato nel fervore della ricostruzione postbellica, ha accompagnato le trasformazioni sociali del Paese, dagli anni di piombo ai trionfi dell’era digitale. Domenico Modugno vi ha cantato Volare, Mina vi ha imposto la sua voce angelica, e più recentemente, i Måneskin vi hanno elettrizzato una nuova generazione prima di conquistare l’Eurovision. Ma questo lascito potrebbe essere messo alla prova. Come riportato da Riviera24, giornale della provincia di Imperia, una recente decisione del TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) della Liguria ha giudicato illegittima l’assegnazione diretta dell’organizzazione del festival alla RAI, la televisione pubblica italiana. A partire dal 2026, il Comune di Sanremo dovrà lanciare una gara pubblica per l’utilizzo dei marchi « Festival della Canzone Italiana » e « Festival di Sanremo », entrambi di proprietà della città.
Questa sentenza, frutto di un ricorso presentato da un privato che contestava il monopolio della RAI, ha scosso uno status quo decennale. Se l’edizione 2025, affidata al presentatore Carlo Conti, è rimasta al sicuro, le successive potrebbero conoscere un destino incerto. La RAI ha già fatto ricorso al Consiglio di Stato, il cui verdetto è atteso per il 22 maggio, ma l’onda d’urto è palpabile. Per la prima volta, l’idea che il festival possa cambiare gestione o, peggio, città, non è più un semplice fantasma.
Torino tende la mano
È in questo contesto turbolento che Stefano Lo Russo, sindaco di Torino, ha gettato un sasso nello stagno. Durante un’intervista radiofonica, ha dichiarato, come citato da Riviera24: « Se la RAI decidesse di venire a Torino, la accoglieremmo a braccia aperte. Abbiamo un magnifico Teatro Regio che sarebbe una location perfetta, un enorme risultato per noi. » Un’apertura prudente, ma che non passa inosservata. Torino, ex capitale del Regno d’Italia, città di eleganza e grandezza architettonica, dispone infatti di un teatro prestigioso, il Teatro Regio, la cui capienza e lustro potrebbero rivaleggiare con l’Ariston. Lo Russo, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ribadito questa disponibilità: « Offriamo totale disponibilità alla RAI se decidesse di venire a Torino. Sarebbe un grande risultato, ma resterei cauto a questo stadio. »
Questa ambizione torinese si inserisce in una logica opportunistica. La città, che ha già ospitato i Giochi Olimpici Invernali nel 2006 e l’Eurovision nel 2022, non nasconde il desiderio di affermarsi come un polo culturale di primo piano. Un festival dell’envergura di Sanremo, con il suo pubblico colossale e il suo impatto internazionale, sarebbe un’occasione economica e simbolica. Ma questa ipotesi, per quanto allettante per Torino, colpisce direttamente l’identità di Sanremo.
Sanremo si aggrappa al suo patrimonio
Di fronte a questa minaccia, la risposta di Sanremo non si è fatta attendere. Alessandro Mager, sindaco della città, ha reagito con una fermezza velata di incredulità alle parole del suo omologo torinese. Come riportato da Torino Oggi, ha affermato: « Non concepiamo l’idea che il festival possa lasciare Sanremo e che un evento musicale di questo livello nazionale possa svolgersi altrove con gli stessi risultati. » Per Mager e i suoi amministratori, il legame tra il festival e la sua città è indissolubile. L’Ariston, questo teatro privato diventato mitico, non è solo un luogo; è il cuore pulsante di una tradizione che ha plasmato l’anima di Sanremo.
Il Comune, costretto dalla decisione del TAR, ha optato per la trasparenza. È stata lanciata una manifestazione d’interesse, fissando condizioni chiare: un contributo finanziario che passa da 5 a 6,5 milioni di euro, con una quota dei ricavi pubblicitari. Una strategia rischiosa, ma consapevole, che mira a garantire una gestione equa di questo bene pubblico mantenendo il festival sul suo suolo natale.
Scenari possibili: un futuro incerto
Cosa potrebbe accadere in questa battaglia? Diverse ipotesi si delineano, ognuna portatrice di sconvolgimenti. Se la RAI partecipa alla gara e vince, potrebbe mantenere il controllo del festival, ma sotto termini rinegoziati. In caso di fallimento o ritiro – un’opzione contemplata se contesterà la procedura davanti al Consiglio di Stato –, altri attori potrebbero entrare in gioco. Riviera24 cita potenziali candidati: Warner Bros. Discovery, che potrebbe contare su Amadeus, carismatico maestro di cerimonia; Mediaset, con il suo fiuto per l’intrattenimento di massa; o ancora La7, dal tono più intellettuale. Ognuno porterebbe una visione diversa, rischiando di snaturare l’essenza del festival.
Ancora più inquietante è l’idea di una scissione. La RAI, forte del suo diritto esclusivo a designare il rappresentante italiano all’Eurovision e del suo format televisivo, potrebbe organizzare un evento concorrente, lasciando il « Festival della Canzone Italiana » a un altro broadcaster. Due festival rivali coesisterebbero, diluendo l’eredità di Sanremo in una guerra d’ascolti.
Infine, se la gara fallisse, Sanremo potrebbe negoziare direttamente con la RAI, ma in una posizione di debolezza. Ogni scenario, per quanto plausibile, mette in luce la fragilità di un’istituzione finora intoccabile.
Una tradizione alla prova della modernità
Mentre il Consiglio di Stato si prepara a decidere, il futuro del Festival di Sanremo oscilla tra conservazione e rivoluzione. Questa crisi rivela una tensione più profonda: quella tra la salvaguardia di un patrimonio e le esigenze di trasparenza e concorrenza nella gestione dei beni pubblici. Il festival sopravviverà a questa tempesta? Senza dubbio, ma forse non nella forma che conosciamo. Come cantava Nilla Pizzi nel 1951 durante la prima edizione, Grazie dei fiori: un grazie ai fiori, simboli di Sanremo, che potrebbero presto appassire sotto altri cieli.

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