In un contesto globale tanto teso come quello che stiamo attraversando, la logica impone di ricorrere all’unità di fronte alle sfide mondiali che attendono gli europei. Prova di questa urgenza: il discorso di Emmanuel Macron all’Eliseo il 5 marzo, dove il presidente ha messo in guardia sulla crescente minaccia russa, esortando al contempo gli europei alla coesione. Un discorso che non ha lasciato indifferente Vladimir Putin, il quale ha definito Macron «Napoleone» – un riferimento carico di storia, che evoca tanto i fantasmi del passato quanto le paure del presente.
Ma per quale motivo Putin paragona Macron a Napoleone? Perché l’unità europea risuona in Russia come un’eco minacciosa. L’invasione napoleonica del 1812, che mobilitò un esercito composito proveniente da tutto il continente, rimane nella memoria russa come un trauma imperiale. Madame de Staël lo notava già: quella forza non era più «francese», ma un mosaico di popoli al servizio dell’ambizione di un solo uomo.
L’Unione Europea e il piano “Rearm Europe”
L’Europa, precisamente, si trova a un crocevia decisivo. Ieri, 6 marzo, durante un Consiglio europeo straordinario, i leader dei 27 paesi dell’Unione – superando divisioni politiche e divergenze ideologiche – hanno approvato all’unanimità il progetto faro di Ursula von der Leyen: un riarmo strategico massiccio, dotato di un budget colossale di 800 miliardi di euro. Un patto storico, immediatamente salutato dalla portavoce del Consiglio, che ne delinea i contorni audaci: raccolta di 150 miliardi tramite obbligazioni europee, mobilitazione dei fondi di coesione per finanziare la difesa, prestiti vantaggiosi agli Stati membri. Un’architettura finanziaria inedita, concepita per rispondere alle sfide del secolo – che siano economiche, come i dazi doganali americani al 25%, o geopolitiche, come le crescenti frizioni con Mosca.
Verso una difesa europea unificata: l’unione come risposta alle sfide del secolo
L’idea di un esercito comune, operante sotto la bandiera dell’Unione, incarna oggi un’ambizione collettiva più che mai discussa. Ricordiamo che il progetto europeo, concepito dopo il 1945, aveva una doppia vocazione: garantire la pace evitando le rivalità nazionali, e affermare una voce comune di fronte ai blocchi della guerra fredda. Oggi, mentre l’UE si trasforma in un attore economico ineludibile di fronte ai giganti americani o cinesi, questa logica di cooperazione si estende naturalmente verso la sicurezza, riunendo i paesi europei.
Difesa europea: tra sovranità nazionali e coordinamento collettivo
La proposta di un esercito comune riapre un dibattito antico: come conciliare le tradizioni militari nazionali con una strategia di difesa armonizzata a livello UE?
Questa dinamica è inscritta nel DNA del progetto europeo, concepito dopo il 1945 per prevenire i conflitti tra nazioni e promuovere la cooperazione. Oggi, di fronte a sfide di sicurezza inedite (cyberminacce, tensioni ai confini orientali), i leader esplorano strumenti giuridici e finanziari per mutualizzare le risorse senza urtare le prerogative nazionali.
«Come preservare l’identità dei nostri eserciti collaborando maggiormente?» La domanda, posta dai cittadini durante consultazioni locali, riassume il dilemma europeo. In quanto europei, eredi di una storia in cui abbiamo modellato il mondo a nostra immagine, ci troviamo di fronte a un nuovo capitolo: quello della nostra autonomia strategica.
Ma questa ricerca di indipendenza si scontra con una realtà brutale: la NATO, pilastro della nostra sicurezza dal 1949, vacilla sotto i colpi di Donald Trump. Nel 2024, l’ex presidente americano ha minacciato di lasciare l’Alleanza se gli europei non avessero «pagato la loro parte». Per lui, la NATO è solo un investimento – un contratto di servizio in cui la sicurezza si monetizza in percentuali del PIL. Una visione mercantile che riduce la difesa a una fattura e gli alleati a clienti.
In un articolo pubblicato la sera del 6 marzo, Libération si interrogava sui richiami sotto le bandiere – quel vecchio ritornello che torna a perseguitare l’Europa ad ogni crisi. Ma qui, nelle Alpi Marittime, territorio transfrontaliero dove Francia e Italia si sfiorano, la questione assume un altro sapore.
Un confine amministrativo separa Mentone da Ventimiglia, Nizza da Torino, ma le realtà, invece, si mescolano. Famiglie binazionali, lavoratori transfrontalieri, coppie franco-italiane: qui, le identità non si chiudono in compartimenti stagni. Allora, quando si parla di mobilitazione, di difesa nazionale, di «servire il proprio paese», quale bandiera sventolare? Quella della Francia, dove si lavora e si vive? Dell’Italia? O quella, ancora sfocata, di un’Europa che fatica a definire il suo esercito comune?
Cosa dice la Costituzione francese
«Alle armi, cittadini! Formate i vostri battaglioni!» La Costituzione francese è chiara: l’articolo 34 stabilisce che «la legge determina i principi fondamentali dell’organizzazione generale della difesa nazionale». Quanto all’articolo 35, precisa che «la dichiarazione di guerra è autorizzata dal Parlamento». Questi testi inquadrano la nozione di mobilitazione, ma rimangono ampi, lasciando un margine di manovra all’esecutivo.
Il codice del servizio nazionale, da parte sua, ricorda che tutti i cittadini «contribuiscono alla difesa e alla coesione della nazione». Se il servizio militare obbligatorio è stato sospeso nel 1997, i francesi devono comunque registrarsi a 16 anni e svolgere la loro giornata di difesa e cittadinanza. Una fonte militare intervistata da Libération precisa: «Il censimento ha come finalità principale di disporre delle coordinate di ogni giovane francese e di poterli richiamare sotto le bandiere se il sistema del tutto volontario non fosse sufficiente.»
I riservisti, un esercito nell’ombra
Libération ricorda che la Francia può contare sui suoi 41.000 riservisti, secondo il bilancio annuale del Ministero delle Forze Armate. Questi cittadini, ex militari o civili volontari, ricevono una formazione in pronto soccorso, uso delle armi e tecniche di combattimento. La loro missione? Rafforzare le forze attive, proteggere le basi militari, partecipare alle pattuglie Sentinella nell’ambito del piano Vigipirate.
Un caporale riservista da sei anni, testimonia sulle colonne di Libération: «Sappiamo fin dal nostro impegno che possiamo essere requisiti in caso di conflitto ad alta intensità. Saremmo piuttosto mobilitati per supportare i militari in prima linea – trasporti, logistica, organizzazione.»
La legge di programmazione militare 2024-2030 prevede un forte aumento del numero di riservisti: 80.000 nel 2030, 105.000 nel 2035. Un obiettivo ambizioso, ma che solleva interrogativi. Come sottolinea il generale Dominique Trinquand su Libération, «è necessario che i mezzi materiali seguano. Tutti questi civili, bisogna poterli addestrare, prepararli, fornire loro equipaggiamenti.»
Mobilitazione generale: uno scenario realistico?
Libération ricorda che la mobilitazione generale è stata decretata in Francia solo due volte: nel 1914 e nel 1939. Oggi, il codice del servizio nazionale stabilisce che tutti i cittadini «contribuiscono alla difesa e alla coesione della nazione». Se il servizio militare è scomparso, i francesi devono comunque registrarsi a 16 anni e svolgere la loro giornata di difesa e cittadinanza.
Una fonte militare intervistata da Libération precisa: «Il censimento ha come finalità principale di disporre delle coordinate di ogni giovane francese e di poterli richiamare sotto le bandiere se il sistema del tutto volontario non fosse sufficiente.» Teoricamente, tutti i francesi sono tenuti ad aggiornare i loro dati fino ai 25 anni – un obbligo poco rispettato nella pratica, come ricorda la carta dei diritti e doveri del cittadino francese: «Ogni cittadino francese contribuisce alla difesa e alla coesione della Nazione».
Ma senza una formazione iniziale, è difficile immaginare giovani francesi partire per il fronte. Libération precisa: «Questa mobilitazione può avvenire in forme civili e essere molto mirata. Si possono, ad esempio, mobilitare esperti di cybersicurezza o ingegneri, in condizioni eccezionali e per una durata determinata.» Lontano, quindi, da una mobilitazione «generale».
Cosa dice la Costituzione italiana
«Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò». La Costituzione italiana è chiara: l’articolo 11 stabilisce che «l’Italia ripudia la guerra come mezzo di offesa alla libertà degli altri popoli e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali». Tuttavia, ciò non esclude il ricorso alle armi in caso di attacco o per difendere uno Stato membro della NATO o dell’UE. L’articolo 78 precisa che le Camere possono decretare lo stato di guerra, conferendo al governo i poteri necessari.
In caso di conflitto, le prime forze mobilitate sarebbero le forze armate ufficiali: Esercito, Marina, Carabinieri, Guardia di Finanza, Aeronautica. Le forze di polizia civile, come i vigili del fuoco o la polizia locale, ne sarebbero escluse. Seguono poi gli ex militari che hanno lasciato il servizio attivo da meno di cinque anni.
I riservisti, un esercito in divenire
GeoPop ricorda che l’Italia, oltre ai suoi 338.000 militari in servizio attivo, conta circa 10.000 riservisti – volontari formati per missioni di supporto logistico e cooperazione. Questi cittadini-soldati, sebbene pochi, svolgono un ruolo chiave nella strategia di difesa del paese.
Nel dicembre 2023, un decreto legislativo ha sancito un aumento degli effettivi delle forze armate, passando da 150.000 a 160.000 unità (un’unità è un gruppo di 4 a 12 militari). Questa riforma, la cui attuazione è prevista per il 2034, mira a rafforzare le capacità operative dell’esercito italiano, rispondendo alle sfide di sicurezza attuali.
Ma se questi effettivi non fossero sufficienti, il paese potrebbe ricorrere all’arruolamento dei civili – l’enrolamento dei civili. Gli uomini di età compresa tra i 18 e i 45 anni, dichiarati idonei durante le visite mediche, potrebbero essere chiamati. Le donne in gravidanza ne sarebbero esentate.
La leva obbligatoria: un dibattito ricorrente
In Italia, la leva obbligatoria (servizio militare obbligatorio) è stata sospesa nel 2005 per i cittadini nati dopo il 1986. Tuttavia, non è stata abolita: un decreto del Presidente della Repubblica potrebbe ripristinarla in caso di necessità.
Il 21 maggio 2023, il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha riaperto il dibattito proponendo una legge per reintrodurre sei mesi di servizio militare o civile per i giovani dai 18 ai 26 anni. Un’idea che divide, tra chi la vede come uno strumento di coesione nazionale e chi la denuncia come un ritorno al passato.
Rifiutare la chiamata alle armi: è possibile?
Secondo l’articolo 52 della Costituzione, «la difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino». Rifiutare la chiamata alle armi è quindi un reato, salvo in caso di gravi problemi di salute, verificati attraverso visite mediche.
Francesi in Italia, Italiani in Francia: e se ci richiamassero alle armi?
In un mondo in cui i confini si sfumano ma i nazionalismi persistono, cosa succede se il paese d’origine decide di richiamarvi alle armi? Che siate francesi residenti in Italia o italiani residenti in Francia, la risposta è sia semplice che complicata. Semplice, perché le leggi esistono. Complicata, perché le realtà pratiche confondono le linee.
Francesi in Italia: tra censimento e doppia cittadinanza
Siete francesi, ma vivete in Italia. Potreste persino avere la doppia cittadinanza. Cosa dice la legge?
- Censimento obbligatorio: A 16 anni, dovete registrarvi presso il consolato francese.
- Giornata della Difesa e della Cittadinanza (JDC): Prima dei 25 anni, dovete svolgere questa giornata, organizzata nei consolati.
- Mobilitazione: In caso di conflitto, potreste essere richiamati, soprattutto se siete registrati nei file del servizio nazionale.
Ma ecco, le realtà pratiche complicano le cose. La distanza, la logistica, e soprattutto la doppia cittadinanza: l’Italia vieta ai suoi cittadini di servire in un esercito straniero senza autorizzazione. E anche se la Francia insistesse, le autorità italiane potrebbero rifiutare di collaborare.
In caso di conflitto, la mobilitazione sarebbe probabilmente mirata: esperti di cybersicurezza, medici, riservisti. Rifiutare? In Francia è un reato, ma le sanzioni sarebbero difficili da applicare dall’estero.
Italiani in Francia: lo spettro della leva obbligatoria
Siete italiani, ma vivete in Francia. Forse avete anche un passaporto francese. Cosa dice la legge?
- Censimento obbligatorio: A 18 anni, dovete registrarvi presso il consolato italiano.
- Leva obbligatoria: Il servizio militare obbligatorio è sospeso dal 2005, ma un decreto presidenziale potrebbe ripristinarlo.
- Mobilitazione: In caso di conflitto, potreste essere richiamati, soprattutto se siete registrati nei file del servizio militare italiano.
Anche qui, le realtà rendono difficile una mobilitazione semplice. La distanza, la logistica, e soprattutto la doppia cittadinanza: la Francia vieta ai suoi cittadini di servire in un esercito straniero senza autorizzazione. E anche se l’Italia insistesse, le autorità francesi potrebbero rifiutare di collaborare.
In caso di conflitto, la mobilitazione sarebbe probabilmente mirata: esperti, riservisti, logistici. Rifiutare? In Italia è un reato, ma le sanzioni sarebbero difficili da applicare dall’estero.
Punti comuni: doppia cittadinanza e accordi internazionali
In entrambi i casi, la doppia cittadinanza complica le cose. L’Italia e la Francia vietano ai loro cittadini di servire in un esercito straniero senza autorizzazione. Gli accordi internazionali (UE, NATO) facilitano la coordinazione, ma non eliminano le tensioni potenziali.
E in entrambi i casi, la mobilitazione sarebbe mirata piuttosto che generale. Non si parla di gettare civili senza formazione sul fronte, ma di richiedere competenze specifiche: medici, ingegneri, logistici.
E ora?
Che siate francesi in Italia o italiani in Francia, la vostra situazione in caso di richiamo alle armi dipende principalmente dalla volontà politica del vostro paese d’origine e dalle realtà pratiche della vostra vita all’estero. Una cosa è certa: in un mondo sempre più instabile, i confini non proteggono sempre dagli obblighi militari.
Allora, quale bandiera sventolare? Quella del vostro paese di residenza? Quella del vostro paese d’origine? O quella, ancora sfocata, di un esercito comune europeo?
Fonti:
Se l’Italia entrasse in guerra oggi chi verrebbe richiamato alle armi per essere arruolato?
La charte des droits et devoirs du citoyen français

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