Santa Bibiana e l’inverno in esilio

In Piemonte, gli agricoltori e i pastori di montagna hanno sempre creduto nel proverbio “Santa Bibian-a quaranta di e na sman-a” (Santa Bibiana, quaranta giorni e una settimana). Secondo questa saggezza popolare, il tempo che fa il 2 dicembre, giorno di Santa Bibiana, preannuncia il meteo dei quaranta giorni e una settimana a venire. Pioggia, freddo o sole quel giorno, ed ecco il programma per le settimane successive. Ma oggi, di fronte a inverni sempre più miti e imprevedibili, questo antico detto sembra perdere la sua magia. Non ci resta che sperare che i mesi di febbraio e marzo portino metri di neve.

Un altro proverbio, ben noto agli sciatori piemontesi, fa anche parlare di sé: “Su fiòca s’la foeuia, l’invarn a da nan noeuia” (Se la neve cade sulle foglie, l’inverno sarà clemente). Secondo questa credenza, se la neve arriva presto, già in autunno, gli amanti dello sci rischiano di rimanere delusi: l’inverno che segue sarebbe infatti troppo mite per offrire buone condizioni di sci. Una realtà che, con il riscaldamento globale, sembra confermarsi anno dopo anno.

Alpi verdi, neve in lutto

La scomparsa graduale del freddo nella nostra regione, meno spettacolare delle inondazioni o delle ondate di calore, passa spesso inosservata. Eppure, sconvolge gli ecosistemi, l’agricoltura e persino i nostri ricordi. Per i meno di 30 anni, l’idea di un inverno rigido, con paesaggi innevati e temperature polari, sembra quasi una favola. Nelle Alpi, il paesaggio invernale si trasforma. Le montagne, un tempo innevate, rimangono verdi, striate solo dalle lingue di neve artificiale delle stazioni sciistiche. « Non mancano altro che le mucche ai bordi delle piste », ironizza Edoardo, un utente del web.


« Rimaniamo chiusi per il quarto inverno consecutivo. È così: ci siamo rassegnati al fatto che la nostra stagione privilegiata sia l’estate, quando tutti possono raggiungerci in macchina. » Questo è il messaggio pubblicato dal Chalet Le Marmotte, situato sul colle di Tenda, nella stazione sciistica di Limone. Tra il Covid e tre inverni senza neve, il chalet ha perso gran parte della sua stagione: le vacanze di Natale, che, per qualsiasi attività stagionale, rappresentano almeno il 40-50% del fatturato. Oggi, l’estate è diventata la loro salvezza, ma il cuore dei proprietari rimane legato ai ricordi di inverni bianchi e animati.

Solastalgia: quando la neve diventa un ricordo

La neve sulla Promenade – Gennaio 1985


Sui social network, la nostalgia si mostra in pixel. Negli ultimi giorni, gli abitanti della Costa Azzurra hanno ripescato le vecchie foto del gennaio 1985, quando una spessa coltre di neve aveva trasformato il litorale in un paesaggio da cartolina. « Ho avuto la fortuna di vivere quei momenti », commenta René sotto il post di Katia. La foto? Un’auto ferma, una ragazza che monta le catene sulla Promenade des Anglais, con il Negresco sullo sfondo. Bruna, invece, racconta: « Era magico, il mare e la neve che si incontravano. E le persone che facevano sci di fondo sulla Promenade! » Una scena surreale, quasi incongrua oggi, tanto gli inverni azzurri hanno perso il loro mordente.

Inverni miti, turisti felici?


Eppure, oggi, la situazione è cambiata. Sul litorale, gli inverni sono sempre più miti, e questo va bene a molti. Migliaia di turisti, provenienti dal nord Italia o dalle regioni più fredde della Francia, arrivano sulla Costa Azzurra e sulla Riviera ligure. Gli abitanti, invece, non si lamentano: molti trovano la cosa piuttosto piacevole e dicono di non volersi muovere. « Gli inverni qui sono magnifici », si sente spesso dire.

Ma questa mitezza non è normale. Negli ultimi anni, non è raro che il termometro raggiunga i 20 °C in pieno gennaio. I cappotti? Rimangono sempre più spesso nell’armadio. Ma da due o tre giorni, il freddo è tornato. Abbastanza per lasciare la brina sulle auto, anche vicino al mare.

L’inverno 2024: un ulteriore inverno mite


Il bilancio di Météo France è chiaro: l’inverno 2024 è stato particolarmente mite. La temperatura media è salita di 2 °C rispetto alla norma (1991-2020), il che lo rende il terzo inverno più caldo dal 1900, subito dopo quelli del 2020 (+2,3 °C) e del 2016 (+2,1 °C). Dopo un piccolo colpo di freddo tra l’8 e il 20 gennaio, il termometro è risalito, offrendo temperature primaverili. Febbraio 2024 ha addirittura polverizzato i record: con +3,6 °C rispetto alla norma, è stato il secondo febbraio più caldo mai registrato, subito dopo febbraio 1990 (+4 °C).

Cambiamento climatico: la fine degli inverni bianchi?


Da febbraio 2022, tutti i mesi sono stati più caldi della media, tranne aprile 2023. Durante questo inverno, si sono susseguite periodi miti, con pochissima neve in pianura e quasi nessuna gelata. Il cambiamento climatico accorcia la stagione invernale: gli inverni sono meno freddi, le gelate durature e la neve in pianura diventano sempre più rare.

L’innevamento è sempre più deficitario, quasi nullo in bassa e media montagna per gran parte dell’inverno. Nelle Alpi, va un po’ meglio in alta quota, dove la neve è stata abbondante, ma in bassa quota, è la carestia. Il limite pioggia-neve si alza sempre più, e le stazioni sciistiche devono contare sulla neve artificiale per mantenere l’illusione.

Amnesia generazionale: dimenticare per sopravvivere?


Come riporta Libération in un articolo, nel 1999, lo psicologo americano Peter Kahn ha teorizzato l’« amnesia generazionale ambientale ». Secondo lui, gli esseri umani si adattano, generazione dopo generazione, al degrado del loro ambiente dimenticando gradualmente ciò che esisteva prima. Ogni generazione considera normale il mondo in cui è cresciuta, anche se questo è già degradato rispetto al passato. Così, non ci si rende pienamente conto di ciò che è stato perso, né di ciò che continuerà a scomparire.

La disperazione di fronte a un mondo che cambia


A volte, si prende improvvisamente coscienza che il nostro ambiente è cambiato. È ciò che si chiama « solastalgia », un sentimento di disperazione legato alla trasformazione di un luogo familiare. Libération riporta la testimonianza di Philippe J. Dubois: « L’ho sentita molto forte in Alvernia, dove andavo da bambino alla fine degli anni ’60. All’epoca, c’era neve dappertutto, facevo slittino, palle di neve. Il paradiso. Poi, ci sono stati diversi inverni senza un fiocco. Non riconoscevo più il luogo, e non volevo più andarci. Mi ha segnato molto. »

Questi concetti, l’amnesia generazionale e la solastalgia, illustrano quanto il cambiamento climatico modifichi non solo il nostro ambiente, ma anche il nostro rapporto con esso. I ricordi di inverni innevati e di paesaggi immacolati si attenuano, lasciando il posto a una nuova realtà, meno fredda, meno bianca, e spesso meno familiare.

La Corte dei Conti suona l’allarme


L’innevamento artificiale di un ettaro può costare fino a 135.000 euro.

Il rapporto della Corte dei Conti, pubblicato a febbraio dello scorso anno, suona l’allarme:
« Le proiezioni climatiche degli scienziati indicano una perdita di affidabilità dell’innevamento e un innalzamento del limite pioggia-neve. » Aggiunge: « La gestione degli impianti di risalita richiede importanti investimenti e un livello di frequentazione sufficiente per generare le entrate necessarie al rinnovo delle immobilizzazioni. (…) Sempre più stazioni non sono già più in grado di raggiungere l’equilibrio di gestione. »
Di che preoccuparsi.

Infatti, di fronte a queste sfide, molte stazioni sciistiche si trovano in una situazione critica. L’aumento del prezzo dei biglietti, necessario per compensare i costi crescenti, allontana sempre più sciatori, riducendo così la frequentazione. Questa spirale infernale minaccia la sopravvivenza stessa di alcune stazioni, in particolare quelle di media quota, già fragilizzate dalla mancanza di neve naturale. Senza un rapido adattamento e una diversificazione delle loro attività, queste stazioni rischiano di scomparire, lasciando dietro di sé interi territori di fronte a sconvolgimenti economici e sociali maggiori.

I proverbi come quello di Santa Bibiana o quello della neve sulle foglie ricordano un’epoca in cui gli inverni erano rigidi e prevedibili. Oggi, il riscaldamento globale sconvolge queste certezze, trasformando i paesaggi e cancellando gradualmente i ricordi di inverni innevati. Tra solastalgia e adattamento, ci troviamo di fronte a una nuova realtà: quella di un mondo in cui la neve si fa rara e in cui le tradizioni di un tempo risuonano come echi lontani.

E se, tra qualche decennio, le uniche tracce di questi inverni bianchi si trovano nelle vecchie foto e nei proverbi dimenticati, non resterà che chiedersi come siamo arrivati a questo punto.